L’ingiustizia della (e nella) tolleranza

Punti di vista

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È bastato stare via pochi giorni dall’Italia perchè si scatenasse il finimondo: gente accoltellata, attacchi alla Chiesa da parte di chi si è sempre proclamato suo sostenitore (se non suo servo fedele) e imbarazzanti incontri internazionali. E chissà quant’altro ci sfugge. Eppure sembra non sia successo nulla, ed è una sensazione che ormai dura da mesi e mesi. Come è possibile?

Io una mia teoria, come prevedibile, ce l’ho.

Ma procediamo con ordine. Leggendo uno dei vari articoli di giornale riguardante l’aggressione a due omosessuali in Campania, ho notato che i vari politici esprimevano sconcerto e stupore dinanzi alla violenza, in quanto Napoli e l’Italia sono da sempre luoghi di tolleranza. E qui casca l’asino. Tolleranza? Questa parola è una delle più (ab)usate quando si commentano fatti di discriminazione vari ed eventuali, a scapito di stranieri, disabili, omosessuali, eccetera.

Ma è una parola che non mi è mai andata giù. Tolleranza? Cosa c’è da tollerare? È un concetto che non mi convince a priori. La stessa etimologia rivela quanto sia una parola scorretta: in pratica significa la sopportazione (di qualcosa o qualcuno, come di un peso). Cosa c’è da sopportare in un’altra persona, diversa da noi? Se facciamo riferimento alla sua essenza niente, perchè la diversità è reciproca. Eppure ci arroghiamo il diritto di tollerare qualcun altro, magari arrivato da un barcone in balia del mare. Che poi storicamente la tollerenza sia stata usata per indicare una cultura dell’accoglienza e dell’accettazione della diversità è vero. Ma temo che non lo sia più, nemmeno per la Chiesa che finora ne poteva fare sfoggio.

Tornando al succo del discorso, non credo sia necessario “sopportare” qualcuno, se questo non fa niente di male, come nella stramaggioranza dei casi. Un clandestino, soprattutto se “generato tale per legge”, non è un criminale se non ha commesso un delitto contro qualcuno o qualcosa. Perchè andrebbe tollerata la sua presenza allora? Figuriamoci a parlare di una persona diversa per colore della pelle o per orientamento sessuale. Le posizioni che si possono prendere sono poche, secondo me: o accetti la diversità, o la rifiuti. La si può non capire, o non condividere, o viceversa. Ma non la si può tollerare. è una via di mezzo di una presunzione davvero allucinante.

Il discorso cambia quando la questione riguarda casi di atti di inciviltà, di non rispetto, di crimine. Anche in questo caso credo che però la tolleranza abbia poco a che fare. Se una persona sbaglia, deve pagare. La giustizia sarà poi quella che tramite i processi deciderà con quale severità punire i colpevoli, in base alla gravità delle loro azioni e alle motivazioni che li hanno spinti a c0mmetterle. Ma tollerare azioni che provocano danno a qualcuno o qualcosa non è certo giusto. Ci perde la società, e si perde anche il valore educativo della pena. In questo caso la tolleranza è possibile, ma ritengo non sia affatto un’espressione di giustizia umana. E lo dico, con la consapevolezza di tutti quei casi in cui “delinquere” è d’obbligo, perchè sono convinto che esista sempre una scelta, anche di soccombere, pur di non fare del male a qualcun altro, per quanto difficile ed innaturale essa sia.

A questo punto però torniamo alla domanda: come mai succedono fatti di cronaca gravissimi, e tutto procede come se nulla fosse, per i cittadini e per i politici, per le Chiese e per l’informazione. Ecco, ora è più chiara la nostra condizione. Forse, ripensandoci bene, siamo davvero un Paese tollerante: non amiamo lo straniero nè il diverso, però riusciamo a sopportare una classe politica corrotta che ci governa e un’0pposizione lacerata dai giochi di potere interni. Sopportiamo con simpatia un Presidente del Consiglio che nel Resto del Mondo (civilizzato) considerano poco o niente, sperando forse di diventare come lui. Siamo estremamente tolleranti all’illegalità, quando questa ci fa comodo. Siamo tolleranti al favoritismo e al nepotismo, quando questo ci può portare vantaggio. Sopportiamo con piacere un’informazione drogata dai partiti e un palinsesto televisivo votato al nulla. Sopportiamo lavoro nero e stipendi da fame, senza quasi batter ciglio.

Sul perchè di questa reale tolleranza, non so però che dire. Non ci ho ancora riflettuto abbastanza, e credo che ci si potrebbe scrivere una tesi per molti corsi di laurea, per cui, per adesso, mi limito a prendere atto di questa situazione.
Ma non a tollerarla.

Claudio

Foto | wallyg

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Un pensiero su “L’ingiustizia della (e nella) tolleranza

  1. Non so che cosa rappresenti l’immagine della foto, ma mi fa venire in mente Atlante, il titano trasformato in pietra che regge la volta celeste, ovvero il mondo.
    Devo dire che non ho mai letto prima d’ora un’analisi d’attualità della parola “tolleranza”, e mi piace. Chi siamo noi per poter “tollerare” gli altri in questa chiave e metterci in una posizione di superiorità?
    Spesso ci dimentichiamo che come Atlante, regge il mondo e lo fa con uno stoico silenzio. Che cosa ci fa ergere dagli altri per poterli tollerare? Il fatto che abbiam avuto fortuna di essere nati in una condizione agiata? Il fatto che la maggior parte che è nella condizione agiata condivide uno stesso pensiero e che quindi divenga automaticamente quello condiviso?
    Quando penso al fatto che la discriminazione si basa su quello che pensa la maggioranza, inorridisco.

    Ovvio che la legge del branco è seconda solo a quella del più forte, da sempre. Ma far passare la legge NATURALE (poiché insita nell’uomo) del branco, come legge di una CIVILTA’ (perché riconosciuta e votata) mi fa schifo. Soprattutto quando questa legge è chiamata democrazia.
    E quando la maggioranza tollera in questo modo, credo che la democrazia e la coscienza comune siano entrate in uno stato di torpore; torpore tale da tollerare tutto come dici tu, anche perché “tollerare” ci fa sentire i buoni…

    Atlante “ci sopportava e ci sopporta tutti” e non è affatto un buono…

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