Arbeit macht frei

Conoscere, comprendere e rifiutare l’orrore

My Life

16 agosto 2014. Un giorno decisamente freddo per essere in piena estate.
Un cielo grigio ricopre i bassi edifici in muratura, mentre un vento vagamente autunnale accarezza il viso delle persone in coda, prima di entrare alla biglietteria del Museo di Oświęcim, luogo che il mondo ha imparato a chiamare con il nome tedesco di Auschwitz.

Così, un sabato mattina di questa estate 2014, è cominciata la mia visita a questo museo degli orrori.

Visita che non poteva non cominciare sotto alla tristemente famosa scritta “Arbeit macht frei”: “Il lavoro rende liberi”, frase che stride persino oggi con le condizioni lavorative di molte persone, ma che in quel momento aveva un significato ancora più macabro e inopportuno. Oltre ai tanti connazionali – tra i quali anche delle famiglie con bambini – noto anche spagnoli, polacchi, inglesi e giapponesi.

Blocco 4 AuschwitzLa nostra guida accompagna uno dei tre gruppi di italiani attraverso i blocchi, raccontando cosa avveniva in quelle mura, snocciolando numeri e fatti storici per contestualizzare quello che vedevamo nelle poche terribili fotografie esposte, e nelle tante teche contenenti capelli, occhiali, protesi, scarpe.

Foto detenute auschwitzIl percorso continua: si attraversano corridoi tappezzati di fotografie di persone, uomini e donne, giovani e vecchi, con le teste rasate, con gli occhi spesso lucidi o atterriti. Guardi queste foto e quegli occhi ti guardano in risposta, ma è difficile reggere quegli sguardi per più di qualche secondo. Ti chiedono “Come è possibile?” ma la risposta non ce l’hai.

Vedi la stanza nella quale venivano improvvisati processi sommari, atti solo alla condanna. A morte, si intende, ma spesso condita con la crudeltà della tortura. Tortura perpetuata grazie ad apposite celle, lì nel blocco 13, come quella in cui era stato rinchiuso San Massimiliano Kolbe. “L’odio non serve a niente”, disse al medico nazista che gli fece l’iniezione letale, visto che la reclusione, senza acqua nè cibo, non l’aveva piegato nemmeno dopo due settimane. Ma l’odio era solo un pezzettino della follia nazista.

Muro di esecuzione auschwitzE poi, subito fuori, il muro delle esecuzioni. Le finestre delle celle adiacenti al cortile in cui esso si trova, erano state ipocritamente coperte per non far vedere ciò che succedeva pochi metri più in là. Ma gli spari e le urla, quelli i prigionieri li sentivano.

La guida ci ha poi mostrato altre aree del campo e ci ha portato infine alle “docce”, sistemate come fossero un bunker. Qui le persone, il 75% delle persone deportate ad Auschwitz, quelle più gracili, venivano condotte con la bugia della possibilità di una doccia; venivano fatte spogliare, e veniva data loro indicazione di lasciare il proprio bagaglio lì vicino, ricordandosi la posizione per evitare di smarrirlo. Bugie su bugie, che culminavano con la consegna di asciugamani e saponette, per un’ultima illusione. Quando le persone, nude, erano finalmente ammassate all’interno, dal tetto i soldati lasciavano cadere, attraverso dei tubi, dei piccoli sassolini di Zyklon B, intrisi di acido cianidrico. Di quelle persone, dopo una ventina di minuti dopo, non restavano che i corpi privi di vita.

All’interno del campo uno dei ruoli più inquietanti era quello delle Sonderkommando: alcuni prigionieri venivano scelti per far parte di questa squadra speciale, trasformati in “collaborazionisti” forzati, con compiti svariati, ma tutti rivolti al perpetuare l’orrore nazista. Tra questi, mentire agli altri deportati sulle reali intenzioni dei nazisti, privare i cadaveri di capelli (venivano inviati in Germania, e utilizzati per realizzare dei tessuti) e denti d’oro, cremare i cadaveri e disperdere le ceneri. Erano sempre loro che dovevano occuparsi di “svuotare” le camere a gas e prepararle per i successivi arrivi. Inutile specificare che i membri delle Sonderkommando venivano periodicamente eliminati.

Binario BirkenauDopo essere usciti da quella piccola stanza infernale, prendiamo un pullman per arrivare a Birkenau. La guida ci avrebbe raggiunto di lì a poco. A Birkenau arrivava il treno con i deportati, quel treno in cui alcune persone, ancora si illudevano che stessero lasciando un’altra vita per una nuova, migliore. Mentre osservavamo il cielo, ormai del tutto nero, la guida ci chiama per continuare questo viaggio nell’oscurità dell’uomo.

Qui il racconto si fa ancora più ricco di dettagli: la guida ci racconta le giornate tipo delle persone qui: lavoro forzato, angherie dei kapò, dissenteria generalizzata, corpi ammassati su letti a castello a tre piani e infestati da topi e scarafaggi. A Birkenau, in realtà, erano poche le cose da vedere, perchè quando i Russi arrivarono, i Tedeschi, il giorno prima avevano iniziato a bruciare e distruggere tutto quello che potevano, per cancellare le prove dei crimini commessi. Fortunatamente non sono riusciti a farlo, con buona pace dei negazionisti.

È importante, però, e non l’avevo capito davvero fino a quel giorno, che la memoria non si perda. Visitare questo campo di concentramento dovrebbe essere, per quanto doloroso, un passaggio obbligato per la persona, soprattutto per noi giovani. In una società dove sempre più facilmente si affievoliscono i contorni dell’etica, è fondamentale saper riconoscere l’orrore, capirne le cause e scegliere di non compierlo.

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