Morti che camminano

serie tv

No, questo post non vuole essere un omaggio al bellissimo film con Sean Penn e Susan Sarandon. Voglio invece dedicarlo ad una serie TV con ascolti strepitosi che negli anni ha conservato lo spirito con il quale è nata, e anzi aumentando la propria qualità di anno in anno. Sto parlando di The Walking Dead, ispirata all’omonimo comic americano. La storia è apparentemente molto semplice: il protagonista, il poliziotto Rick Grimes, si risveglia dal coma e trova il mondo completamente stravolto. Una misteriosa epidemia decima la popolazione mondiale e i morti tornano in forma di zombie (qui chiamati walkers, erranti), esseri con un’unica primordiale, paradossale ed irrefrenabile necessità: sfamarsi dei vivi. Riuscirà Rick a sopravvivere e ritrovare la sua famiglia? E se si, a quale prezzo? Ecco, questo è il vero leit motiv di The Walking Dead: in un mondo senza più legge, senza regole, senza morale, si può restare “umani”? Come si può vivere quando è così difficile anche solo sopravvivere?
La serie, attraverso Rick e i tanti complessi personaggi che incontrerà, prova a dare delle risposte. O forse, ne sono sempre più convinto, a lanciare altri retorici interrogativi. Chi è il vero mostro tra uno zombie e un’umanità che sceglie deliberatamente di seguire la legge della giungla? E ancora, la natura umana si rivela così spietata e animale solo in casi estremi come un apocalisse zombie o forse è già così ma non vogliamo vederlo?
La serie, ormai alla quinta stagione, si distingue anche per la caratterizzazione dei personaggi, costretti a “evolvere” velocemente per sopravvivere. Alcuni di essi sono più interessanti di altri e più rappresentativi.

Da qui in poi il post contiene spoiler: uomo avvisato mezzo salvato.
Daryl, uno dei preferiti dal pubblico, è un ragazzo che prima dell’epidemia “si arrangiava”, facile all’ira; stile da motociclista, cresciuto dalla strada con il fratello Merle, un poco di buono, si ritrova ad essere un punto di riferimento per il suo gruppo di sopravvissuti, e a scoprire di valere più di quanto la vita gli aveva riservato fino a quel momento. E poi Carol, inizialmente sopravvissuta insieme al marito violento e alla piccola figlia, che si ritrova a perdere prima uno poi l’altra. Sarà proprio con l’aiuto di Daryl che saprà risollevarsi e reagire, tanto da diventare un’esperta cacciatrice di zombie, rischiando di perdere la bussola della propria umanità. Ma il personaggio che più mi fa riflettere è quello che meno interagisce con gli altri: la piccola Judith, la figlia di Rick avuta da sua moglie in una straziante scena della terza stagione, prima di morire. La bimba, concepita e nata nell’orrore, fragile e innocente, è la speranza del futuro: costantemente minacciata dai pericoli, rappresentati nel suo caso più dagli uomini che dagli Erranti, riesce a catalizzare i peggiori istinti ma anche le migliori qualità dalle persone che la circondano. Le scene più difficili da guardare, per me, non sono le sanguinolente uccisioni di zombie, ma proprio i momenti in cui la piccola Judith è in pericolo a causa di persone spietate (o semplicemente fuori di testa).

Detto ciò, al di là di tutti i significati e le riflessioni che si possono attribuire a The Walking Dead, la serie è soprattutto un ottimo prodotto d’intrattenimento, perfettamente realizzato sotto tutti i punti di vista. Consigliatissima.

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