Tutto cambia, niente cambia

Personale

È da molto che non scrivo. Probabilmente ne potevano fare a meno in molti, forse pure io.

Ad ogni modo, ci sono stati giorni in cui avrei voluto scrivere molto, ma il tempo era tiranno, e il fisico non reggeva. Menchemeno il cervello, che poi è quello che alla fine dei conti fa andare il fisico.

È un periodo di cosciente narcolessia: mi addormento in macchina mentre parlo con gli amici, mentre guardo le serie tv, mentre leggo.

Vorrei scrivere di più, condividere qualcosa in più, per quanto non gliene freghi niente a nessuno.

Ma è un periodo “un po’ così”.

L’unica riflessione che mi sento di condividere, che ognuno può interpretare a proprio modo, è proprio quella del titolo: tutto cambia, e niente cambia. Più vado avanti e più me ne rendo conto, ma non è sempre un male.

Come dico sempre, dipende dalle persone.

Bene e male, bene o male, siamo noi.

Sa(n)remo famosi?

Personale, Punti di vista


Nonostante ci siano cose molto più importanti di cui parlare, gravi e gravissime, voglio dedicare un post all’italianissimo Festival di Sanremo 2010. Non voglio spendere troppe parole, ma io trovo un forte legame tra “la scomparsa dell’informazione” e l’evoluzione di queste serate di festival.

Qual è la chiave di lettura? Forse il pubblico, o meglio, il pubblico tele-votante. Il pubblico che ha vanificato il voto dell’orchestra (presumibilmente più competente) e che ha prima salvato dal meritato oblio, poi portato alla vetta della classifica le canzoni di Pupo/Emanuele Filiberto/tenore annesso e di Valerio Scanu, poi vincitore del Festival stesso.

Senza nulla togliere alla bravura di Scanu o di Mengoni, vedere in finale due ragazzi usciti dai talent show, insieme con un trio di pagliacci nazionalisti, fa pensare: ma Sanremo non è il festival della canzone? Non delle lacrime, non degli appelli, non dello spettacolo. Questi possono e devono esserci, in quanto strumenti che aiutano l’artista a esprimersi al meglio, ma non sono tutto. Eppure a giudicare dagli ultimi finalisti parrebbe proprio che il pubblico a casa premi la spettacolarizzazione a scapito della qualità interpretativa, testuale e compositiva dei brani. Così vengono escluse la voce di Malika Ayane, l’ironia di Cristicchi, l’allegria di Arisa, la classe di Irene Fornaciari e di Noemi, eccetera.

Un pubblico disattento, incapace di discernere tra meglio e peggio oggettivamente, pensando al massimo al proprio gusto personale. Un pubblico che esercita il suo diritto (?) di voto in questo modo. Poi magari alle politiche non muove il culo da casa. Vivaddio allora che non esiste il tele-voto anche per le elezioni. Almeno questo pubblico dovrà alzare il sedere dalla poltrona da teledipendente prima di poter fare la scelta sbagliata.

La metafora del pedone

Epifanie, Personale, Punti di vista

Non è difficile accostare la vita ad un cammino: lo fanno le religioni, lo fanno i filosofi, e lo facciamo un po’ tutti nel nostro piccolo. A questo punto, però, mi piacerebbe fare un piccolo “zoom”.

Come ho già detto precedentemente, traggo molto spesso spunto dalle piccole cose che mi succedono nella vita per poi rifletterci su. E di nuovo, puntuale come un orologio, e casuale come una pura coincidenza, ho avuto una sorta di illuminazione. Mercoledì 14 ottobre.

Uno spiacevole ricordo, all’improvviso

Epifanie, Personale

Una mente soggettistica (come mi piace pensare sia la mia) spesso comincia a vaneggiare, soprattutto durante i viaggi lunghi, mentre guardo le altre persone che viaggiano con me su pullman e tram. È successo anche ieri. Ogni tanto questa testa elabora storie tratte dalla vita vera, dalle mie esperienze, o dalle cose che in parte sono entrate a farne parte, volente o nolente.

Tra queste, la tragedia accaduta due anni fa. Ero sul pullman, non so quale sia stato l’elemento scatenante, ma ad un certo punto ho ricominciato a pensare a quei giorni. A quella sera terribile.

Maggio 2007: doveva essere una sera come tante. Anzi, era prevista l’Assemblea di Zona della GiOC di Mirafiori (un momento importante per tutti i militanti del territorio), e infatti io, Claudia e Marco stavamo andando al Redentore proprio per quel motivo. Io ero pronto come sempre a polemizzare su qualcosa, forse senza prestare tanto attenzione al cosa; ma anche a scherzare con chi mi andava.

Arrivati sul luogo dell’incontro, non ho capito subito la gravità della situazione, e mentre mi preparavo qualche battuta, osservavo con ingenuità la distanza che le persone avevano preso le une con le altre: non c’erano i soliti chiacchiericci, ma erano tutti divisi in coppie, o piccoli gruppetti. Qualcuno, mi è stato possibile notarlo, piangeva.